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UNA FAMIGLIA AMERICANA di Joyce Carol Oates

Che cos’è una famiglia, dopo tutto, se non ricordi? Casuali e preziosi come il contenuto del cassetto che in cucina serve da ripostiglio generico (a casa nostra si chiamava «cassetto della robaccia», per buone ragioni).

[…] i Mulvaney erano una famiglia nella quale tutto ciò che accadeva era prezioso e tutto ciò che era prezioso aveva una immagazzinato nel ricordo e tutti avevano una storia.
Per questo molti ci invidiavano, credo. Prima degli eventi del 1976, quando tutto per noi andò in pezzi e non venne mai più ricomposto nello stesso identico modo.




I miei primi ricordi sono di animali dotati di personalità più forti della mia.

Patrick proseguì e si mise a sorridere. Al ricordo degli “acquerelli di squisita bellezza” (parole di mamma) che aveva appeso alla bacheca in cucina, a quattordici anni. Misteriose immagini di quelli che parevano lune, soli, comete con contorno di aure brillanti. Che cos’erano? Dopo avere lasciato che la famiglia si abbandonasse alle ipotesi per qualche giorno, Patrick aveva svelato che cosa fossero quelle stampe: fotografie ingrandite della saliva dei cani.


Così andò a Mt. Ephraim e recuperò sua sorella e sì, forse si accorse che qualcosa non andava: il sorriso di Marianne era meno convincente del solito, nei suoi occhi c’era un’espressione evasiva, e di sicuro non era la solita creatura traboccante di chiacchiere, un io profondamente e puramente, e per la mente superiore di Patrick spesso insopportabilmente, femminile; ma a dire il vero fu un sollievo non sentire tutti i particolari del ballo e della festa e del suo cavaliere, e la consueta litania delle amiche (Trisha, Suzi, Bonnie, Merissa) o quanto fosse “fantastico” l’addobbo della palestra, quanto “eccezionale” il gruppo locale che suonava, e come tutti avessero trascorso una serata “meravigliosa, indimenticabile”. E quale “onore” fosse stato per lei essere ammessa alla corte della Reginetta di san Valentino.

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